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Le carte

Guardarsi negli occhi durante l'intimità: perché è così intenso

La cosa più semplice e più difficile da fare in due: vedersi davvero.

Aggiornata il 19/09/20264 minuti

In breve

Tenere il contatto visivo durante un momento intimo è una pratica semplice che molte coppie trovano sorprendentemente intensa, perché è il momento in cui ci si sente più esposti. Un esperimento del 1989 ha trovato che due minuti di sguardo reciproco fra sconosciuti aumentavano i sentimenti di affetto e attrazione, e le 36 domande di Aron del 1997 mostrano che la vicinanza cresce quando ci si scopre gradualmente. È normale che lo sguardo scappi o venga da ridere: si ride, si torna, e ognuno dei due può chiudere gli occhi quando vuole.

Molte persone, nei momenti più intimi, chiudono gli occhi. Non per mancanza di coinvolgimento, ma perché guardare e farsi guardare in quel momento è un'esposizione che il corpo nudo, da solo, non dà. Sguardo negli occhi è la carta che chiede di tenerli aperti, almeno per un po', e di vedere cosa succede.

Perché guardarsi negli occhi è così intenso?

Perché lo sguardo reciproco è uno dei segnali sociali più forti che esistano. Nella vita di tutti i giorni lo si tiene per pochi secondi e poi lo si interrompe, quasi sempre senza pensarci: uno sguardo prolungato si riserva a chi si ama o a chi si sfida. Tenerlo a lungo con il partner, in un momento in cui si è già vulnerabili, toglie l'ultima protezione rimasta. È per questo che all'inizio viene da ridere o da distogliere gli occhi.

Cosa dicono gli esperimenti sullo sguardo?

Il più citato è del 1989, pubblicato sul Journal of Research in Personality. Coppie di sconosciuti venivano invitate a guardarsi negli occhi senza interruzioni per due minuti. Chi guardava l'altro negli occhi ed era ricambiato riferiva più affetto per l'altra persona rispetto ai partecipanti delle altre condizioni dell'esperimento, e più sentimenti di attrazione. Lo sguardo non creava l'amore dal nulla, ma spostava i sentimenti nella direzione della vicinanza.

Poi ci sono le famose 36 domande. Nel 1997 Arthur Aron e colleghi hanno pubblicato una procedura in cui due persone, in circa 45 minuti, si fanno domande sempre più personali. Chi la seguiva si sentiva più vicino all'altro rispetto a chi faceva conversazione leggera per lo stesso tempo. Nel 2015 un articolo del New York Times l'ha resa celebre in una versione che aggiungeva, alla fine, quattro minuti di sguardo in silenzio. La lezione comune ai due esperimenti è la stessa: la vicinanza cresce quando ci si lascia vedere un po' alla volta. Vale anche per chi si conosce da anni.

Scoprire cosa vi piacerebbe è un altro modo di guardarsi: rispondete separati alle carte, guardate insieme.

Come si prova, senza sentirsi ridicoli?

  1. Cominciare fuori dal letto. Un minuto seduti uno di fronte all'altra, vestiti, in silenzio, con un timer. È il modo più semplice per abituarsi alla sensazione senza la pressione del momento intimo.
  2. Mettere in conto le risate. Lo sguardo scappa, viene da ridere, qualcuno fa una smorfia. È normale: si ride, e si torna a guardarsi.
  3. Scegliere i momenti lenti. Il contatto visivo funziona meglio quando i visi sono vicini e il ritmo è calmo: un abbraccio, un bacio lungo, i momenti in cui nessuno ha fretta.
  4. Una luce che permetta di vedersi. Il buio totale rende la carta impossibile, la luce piena la rende faticosa. Una lampada bassa è il compromesso che va bene a quasi tutti.
  5. Non per forza tutto il tempo. Bastano alcuni momenti. Nessuno regge uno sguardo fisso per mezz'ora, e non è quello lo scopo.

E se uno dei due non ce la fa?

Per alcune persone guardarsi negli occhi in un momento intimo è davvero difficile: per timidezza, per il rapporto con il proprio corpo, o perché lo sguardo fa sentire giudicati. Non è un difetto da correggere, ed è bene non trasformarlo in una prova. Chi propone la carta lo fa come un invito, e chi la riceve può chiudere gli occhi quando vuole, senza dover spiegare niente. Si può anche partire da una versione più leggera: guardarsi solo prima e dopo, o sussurrarsi qualcosa invece di guardarsi. Se lo sguardo evoca disagio forte o ricordi dolorosi, vale la pena parlarne con calma, e se il disagio pesa, con una persona qualificata.

Cosa cambia, dopo?

Molte coppie raccontano che la differenza non è tanto nel momento in sé quanto in quello che resta: la sensazione di essere stati visti. Vale la pena parlarne il giorno dopo, con una domanda semplice: «com'è stato per te?». La risposta dice spesso più di quanto dica lo sguardo.

In tre righe

  • — Lo sguardo reciproco è un segnale di vicinanza forte, per questo imbarazza.
  • — Si comincia fuori dal letto, un minuto, e si mette in conto di ridere.
  • — Chi riceve la carta può chiudere gli occhi quando vuole, senza spiegare.

Domande frequenti

Perché è difficile guardarsi negli occhi durante il sesso?
Perché lo sguardo prolungato è uno dei segnali di vicinanza più forti, e in un momento in cui si è già esposti toglie l'ultima protezione. Ridere o distogliere lo sguardo all'inizio è normale.
Guardarsi negli occhi fa innamorare?
In un esperimento del 1989, due minuti di sguardo reciproco fra sconosciuti aumentavano affetto e attrazione. Non crea l'amore dal nulla, ma sposta i sentimenti verso la vicinanza.
Cosa sono le 36 domande di Aron?
Una procedura pubblicata nel 1997 da Arthur Aron e colleghi: 36 domande sempre più personali da farsi in circa 45 minuti. Chi le seguiva si sentiva più vicino all'altro rispetto a chi faceva conversazione leggera.
E se il partner non vuole?
Si rispetta. Si può proporre una versione più leggera, come guardarsi solo prima o dopo, ma chi è a disagio può chiudere gli occhi quando vuole.

Fonti

  1. Aron A., Melinat E., Aron E.N., Vallone R.D., Bator R.J. (1997). The Experimental Generation of Interpersonal Closeness: A Procedure and Some Preliminary Findings. Personality and Social Psychology Bulletin, 23(4), 363–377.
  2. Kellerman J., Lewis J., Laird J.D. (1989). Looking and loving: The effects of mutual gaze on feelings of romantic love. Journal of Research in Personality, 23(2), 145–161.

Questa guida è informativa e non sostituisce il parere di un professionista. Se nella coppia c'è pressione, paura o coercizione, non è una questione di comunicazione: rivolgetevi a una persona qualificata.

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